Intervento del Prof. Ruggero Bertelli (Univ. Siena)
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L'articolo di commento di Sara Silano - Capo Redattore di Morningstar in Italia
QUANTO SI PUÒ RESISTERE PRIMA DI VENDERE. I crolli delle Borse fanno spazientire gli investitori.
Ha senso parlare di lungo termine?
Ci hanno sempre detto che quando investiamo il nostro orizzonte deve essere di lungo termine. Chi ha comprato un fondo azionario cinque anni fa oggi perde in media il 3,8%. Eppure non si può dire che questo periodo sia breve ed è difficile accettare l’idea di aver tenuto i soldi in un fondo per tutto questo tempo senza aver guadagnato. Anche perché se fossimo entrati nell’ottobre del 2003 e usciti a fine 2007 avremmo potuto ottenere un incremento del capitale del 78% (media aritmetica dei rendimenti di tutti i fondi azionari distribuiti in Italia).
Ha senso, dunque, parlare di lungo periodo? I mercati alternano fasi di rialzo e ribasso e sono imprevedibili. Alcuni cicli di Borsa durano di più, altri meno. Alcuni sono molto volatili, altri più tranquilli. L’esperienza passata insegna che non sempre le perdite sono state ripianate alla fine di un ciclo. Secondo uno studio di Ibbotson, tra il 1929 e il 2000, in media i periodi negativi sono durati due semestri, cui ne sono seguiti otto di crescita (in tutto cinque anni), per un guadagno complessivo del 34%. L’analisi, presentata al convegno sulle nuove sfide per i promotori finanziari, organizzato da Morningstar e Il Sole 24 Ore lo scorso 29 ottobre 2008, mostra anche che gli anni più neri sono stati quelli della crisi del 1929: in un triennio i listini persero oltre l’80% e non bastò il +373% dei nove semestri successivi per cancellare i ribassi.
La prima lezione da trarre è che un quinquennio può rappresentare un periodo sufficientemente lungo per ottenere un guadagno dall’investimento in un fondo azionario. Infatti, se guardiamo ai rendimenti rolling (ossia a scalare in avanti di mese in mese) dal 2000 ad oggi su intervalli di 60 mesi, nel 76% dei casi le performance sono positive. Se si estende l’orizzonte temporale, inoltre, la probabilità di conseguire perdite con le azioni si riduce sensibilmente. Non solo, le azioni rendono più delle obbligazioni, anche se queste ultime sono un buon strumento di diversificazione nelle fasi di declino, quando la correlazione tra le Borse cresce.
Applicando questo metodo al proprio portafoglio, qualcuno potrà scoprire che i conti non tornano. Due sono le possibili spiegazioni. La prima è che il ciclo dei propri investimenti, cioè il momento dell’acquisto del fondo, è cominciato in una fase di picco dei mercati. Un tipico errore consiste nel comprare ai massimi e vendere ai minimi. Come ha spiegato il professor Ruggero Bertelli nel corso del convegno di Morningstar e Il Sole 24 Ore, tra il 1997 e il 2007, gli italiani hanno prima guadagnato investendo in azioni tra il 1997 e il ’99, poi hanno perso in seguito alla bolla speculativa del 2000 e successivamente non sono più rientrati nonostante la fase di rialzo cominciata nel 2003. In pratica, il guadagno è stato nullo. Al contrario, se avessero accumulato azioni tutte le volte che l’emotività li spingeva a vendere, avrebbero ottenuto un discreto profitto.
La seconda spiegazione è legata alla qualità dei fondi in portafoglio. Su oltre 1.500 prodotti azionari venduti in Italia che hanno il Rating Morningstar a cinque anni, solo il 25% ha quattro o più stelle, ossia presenta un profilo di rischio/rendimento superiore alla media dei prodotti concorrenti. Si tratta anche dei comparti con una performance che da inizio anno è generalmente migliore rispetto alle categorie di appartenenza. Se il fondo va peggio dei concorrenti e si è sempre comportato in questo modo nella sua vita, l’investitore ha tutte le ragioni per infrangere la regola del lungo termine.